localizzazione | Ferrara
committente | privato
destinazione | residenziale
superficie | 430 mq
prestazione | progetto e direzione lavori
progettazione | Arch. A. Ravalli, Mustafa Sabbagh
gruppo di lavoro | crepaldi.pelliconi
info | progetto di trasformazione di locale adibito ad officina in residenza nel centro storico


Vivere in un garage di lusso, sotto i piedi le fondamenta delle mura ferraresi, vecchie di cinquecento anni. Paradosso critico per essere gli ultimi arrivati della storia. Verrebbe da chiedersi se questa non sembri un’operazione di sano cinismo, verso la ricerca di una permanenza continua sulla soglia del presente e di un certo desiderio di soddisfatta felicità. Eppure qualcuno prima di noi ha operato le proprie scelte nonostante gli illustri predecessori. Operazione onesta e cristallina capace di generare stratificazioni di opere e di significati non giudicati secondo una scala di valore puramente temporale. Il progetto di Casa E si rivolge alla realtà con memoria a breve termine e privo di moralismi. E’ la sovrapposizione intesa nella sua complessità a restituire un senso agli eventi passati così come un big mac mangiato uno strato alla volta non produrrebbe la stessa Mc-dipendenza. I grandi pilastri di cemento armato di questa ex autorimessa condizionano l’abitare di certo non meno delle tracce di muratura sepolte qualche metro sotto il pavimento. Una visione sintetica direbbe che quella che vuole emergere è la storia recente, una specie di embrione non ancora congelato capace di svilupparsi e di pronunciare il suo nome. Era un garage? Bene, tale rimane. Gli spazi aperti continuano ad esserlo, la logica di manovra delle auto apre a grandi spazi liberi trattati con una nuova soletta di cemento industriale levigato al quarzo. Una specie di circuito di prova al coperto, piatto come la pianura ferrarese in soggiorno, non a caso il committente è un pilota d’auto. Unica intromissione, neanche a dirsi, un garage all’interno di questo ex garage dove gli spazi si differenziano non attraverso pareti ma attraverso livelli differenti. Quattro gradini permettono di salire alla zona tatami su una pedana in legno verniciato nero obbligandoti a cercare con lo sguardo le pareti vetrate aperte con generosità sul giardino di legno. Le superfici non nascondono loro stesse, muri poveri in mattoni senza intonaco vengono riverniciati, slancio di onestà per la memoria breve, pareti umide offrono l’occasione per essere rivestite in legno e isolate internamente. Le partizioni interne quasi assenti affidano l’eventuale necessità di privacy a tende in velluto nero, quasi una quinta in attesa di una quotidiana rappresentazione. Obiettivo di questo progetto dello Antonio Ravalli Architetti pare essere il costruire un’operazione di senso nonostante il trasparire di un certo fascino. Operazione di ricerca di un feedback nella storia recente e rilettura paranoica della realtà immediata. (andrea bellodi)